Vectorealism – dall’idea all’oggetto in un click

 

Quando ci è venuto in mente di fare Vectorealism, insieme a Eleonora (Eleonora Ricca, co-founder), era il 2009, e mi capitava spesso di pranzare con lei vicino al suo ufficio. In quell’anno Eleonora lavorava in una grande agenzia di comunicazione, in piena Chinatown a Milano. Io, laureato in sociologia da non molto, saltavo da un lavoro all’altro cercando la mia strada tra consulenza di direzione, ricerca applicata e impieghi più o meno precari in azienda.
Nei pranzi insieme ci capitava spesso di girare tra i bazar cinesi, guardando le cianfrusaglie con un misto di divertimento e angoscia: avevamo la sensazione che quella pioggia di oggetti avesse un senso sinistro, e che la nostra generazione di “nativi digitali” stesse perdendo completamente la cognizione di come sono fatte e prodotte le cose reali. Molti compagni di corso di Eleonora, studenti di Disegno Industriale, non erano mai andati oltre un rendering dei loro progetti.
Ci siamo innamorati dell’idea dei piccoli laboratori FabLab, che promettono di produrre “quasi qualunque cosa” con una manciata di macchine. E del movimento dei “makers” americani che ci sembravano capaci di “hackerare la realtà”, come se fosse fatta di software.
Né lei né io ci sentivamo degli startupper. Avevamo soltanto rabbia, idee, incosciente ottimismo. E un piccolo bottino che Eleonora aveva da poco vinto a un quiz televisivo a cui l’avevo iscritta; non aveva visto mai nemmeno una puntata del programma, ha finito per vincerne 3 di seguito.
Allo stesso tempo, volevamo che queste idee potessero diventare un lavoro vero, sostenersi negli anni. Per questo era necessaria un’attrezzatura professionale e un canale di vendita efficace. Con una secchiata d’incoscienza li abbiamo acquistati entrambi, riuscendo a non chiedere un euro di prestito a nessuno. E siamo partiti.
Abbiamo fatto il contrario di quello che consigliano tutti i manuali del giovane startupper: non abbiamo fatto nessun business plan e nessun convincente pitch da 5 minuti a fantomatici investitori. Insomma, ci siamo buttati nel business del DIY (do it yourself) con un approccio davvero DIY.
La prima a lasciare il lavoro per dedicarsi a tempo pieno a Vectorealism è stata Eleonora. Un anno passato in uno scantinato in compagnia del suo amato laser, finché il progetto non ha iniziato a ingranare e siamo riusciti a cambiare sede (due volte!), acquistare nuove attrezzature e allargare la squadra. A quel punto mancavo solo io, che ho impiegato un po’ di più a trovare il coraggio di buttarmi e mettere finalmente in pratica quello che predicavo da consulente.

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